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Fotografare la danza

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Sicuramente la fotografia è la mia passione, anche se non è una vera e propria mania.

Non sono di quelli che girano sempre con la macchina fotografica in mano (o almeno a portata di mano) e nemmeno sono uno scattatore seriale, che cerca di immortalare ogni evento in qualsiasi modo, per poi poterlo manipolare e trasformare in Photoshop per condividere con il resto del mondo la propria visione della realtà.

Al contrario, sono piuttosto parsimonioso negli scatti, forse perché ancora legato al ricordo della pellicola e dell'investimento che ogni scatto comportava. Approfitto delle occasioni per fare fotografie, occasioni che negli ultimi anni si sono concentrate sulla danza, per "colpa" di mia figlia Eleonora.

La premessa di base è che a me la danza non è mai piaciuta: non mi piaceva guardarla, non mi ha mai comunicato le giuste emozioni e nemmeno le sensazioni di una attività atletica di eccellenza. Ho una visione personale molto competitiva dello sport, avendo praticato atletica leggera. La preparazione serve per la competizione, che deve essere prima di tutto contro se stessi (o, meglio, contro il cronometro), e poi contro gli altri, che possono anche essere amici, ma in pista invece sono avversari.

Essendo mio malgrado entrato in questo mondo di scarpette, body, tutu e chignon, sto cercando di capirne l'essenza, di coglierla e di trasmetterla con le foto. Non so se ci riesco, perlomeno non mi pare di riuscirci come vorrei, ma forse vorrei quello che non si può fare: vorrei trasmettere attraverso le fotografie delle emozioni che non arrivano attraverso la realtà. Se ci riuscissi, farei proprio il contrario di quello che penso sia la fotografia, ovvero la scrittura, attraverso la luce, delle emozioni che la realtà può trasmettere.

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